Sindacati-imprese, patto sociale da aggiornare

07/10/2016 -

Corriere del Trentino

C'è un'esperienza che meglio di altre caratterizza la storia recente del sindacato trentino: la concertazione sociale. Mi riferisco a quel metodo di lavoro che ha visto partecipare, negli ultimi trent'anni, sindacato e imprese alla definizione delle politiche pubbliche a fianco della Provincia. Un modello che ha fatto del nostro territorio un unicum nel panorama nazionale. In Trentino, forse anche per la vicinanza fisica e culturale al mondo tedesco e austriaco, siamo riusciti a declinare in chiave locale la «sozialpartnerschaft» austriaca, la cooperazione volontaria tra le associazioni di rappresentanza degli interessi economici e i governi nella costruzione delle politiche di sviluppo e sociali. Un sistema che in Austria, nel secondo dopoguerra, ha raggiunto un'intensità e una formalizzazione che non ha avuto pari nel resto d'Europa e del mondo. Un interessante confronto tra le esperienze maturate in Trentino, in Alto Adige e in Tirolo, oltre che l'esperienza della Camera del lavoro di Vienna, viene proposta oggi da un seminario organizzato da «lares», il laboratorio di formazione per gli operatori delle relazioni industriali in Trentino.

Tale occasione di approfondimento ci offre l'opportunità di riflettere sullo stato di salute della concertazione sociale nell'Euregio, interrogandoci non tanto sulla validità del metodo, quanto sulla direzione che un simile modello deve intraprendere per contribuire alla crescita delle nostre comunità. I sindacalisti, normalmente, sono dei fan della concertazione. Esattamente come molti politici e imprenditori - soprattutto negli ultimi tempi - ne sono detrattori. Una divergenza di posizioni che rischia però di allontanare il conseguimento dell'obiettivo: l'individuazione di strumenti e politiche che riescano a favorire la crescita economica, assicurando, nel contempo, un buon livello di coesione sociale. Il Trentino negli ultimi trent'anni c'è riuscito con coraggiose sperimentazioni come l'agenzia del lavoro prima, laborfonds e il sistema della previdenza complementare regionale poi. Più di recente abbiamo provato a capitalizzare in chiave di «welfare attivo e inclusivo» il valore aggiunto dell'autonomia: basti pensare al varo del reddito di garanzia, alla delega sugli ammortizzatori sociali con il reddito di attivazione, al fondo di sanità integrativa e al fondo di solidarietà territoriale per il lavoro, che puntano a qualificare ed estendere i benefici del welfare anche a quei cittadini e lavoratori che, nel resto d'Italia, sono tagliati fuori.

La «sozialpartnerschaft», dunque, può essere considerata una delle cifre della nostra autonomia diventando quasi un «metodo» di governo. Importante, a questo punto, interrogarsi sui risultati, in termini di politiche che hanno favorito un buon equilibrio tra crescita economica e coesione sociale e in termini di consenso che, tramite la «sozialpartnerschaft», si raggiunge attorno a queste politiche. Più che sul valore in sé, ha senso, allora, valutare la concertazione «alla prova dei fatti». Mi sembra, questo, il modo migliore per sostenerla e rilanciarla. Il sindacato, e non solo, deve avere il coraggio e la visione di aggiornare il metodo e ampliare gli obiettivi della concertazione sociale, superando una volta per tutte le logiche che confinano la «sozialpartnerschaft» a una funzione meramente redistributiva e contribuendo a farne lo strumento principe in grado di orientare le politiche pubbliche alla produzione di valore. *Segretario generale cgil del Trentino

 

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